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La “più grande truffa ai danni dello Stato”, una “bomba sociale” pronta a esplodere, un “enorme buco” nei conti. Quando nel dibattito pubblico si discute del Superbonus al 110%, se ne parla pressoché in termini dispregiativi. L’attenzione si focalizza quasi sempre sui costi lordi per le casse dello Stato, indubbiamente ingenti e di gran lunga sottostimati inizialmente. Secondo il Corriere della Sera, dopo le misure del Governo di primavera per sbloccare la montagna di crediti incagliati, l’ammontare complessivo dei crediti legati ai bonus edilizi è salito di altri 35 miliardi tra marzo e agosto, portando il conto a 143 miliardi di euro. Relativamente al solo Superbonus, il costo fin qui conteggiato è arrivato a 93 miliardi. All’alba della sessione di bilancio che dovrà definire i contorni e i contenuti della prossima manovra finanziaria, e in mezzo a un complesso negoziato europeo per la riforma del Patto di Stabilità sui nuovi vincoli fiscali che scatteranno nel 2024, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la premier Giorgia Meloni dovranno farsi bastare le risorse a disposizione, partendo da un presupposto: sono esigue. “Faremo una legge di bilancio prudente e che tenga conto delle regole di finanza pubblica” ha detto il ministro Giorgetti al Forum Ambrosetti di Cernobbio, prendendosela anche con il Superbonus: “A pensarci mi viene il mal di pancia, non solo per gli effetti negativi sui conti pubblici ma perché ingessa la politica economia lasciando margini esigui ad altri interventi. A proposito dei 100 miliardi, questo Governo ne ha pagati 20 e altri 80 sono da pagare. La cena l’han mangiata tutti e poi si sono alzati dal tavolo. A noi resta da pagare il conto che va nel Patto di Stabilità del 2024, 2025, 2026”.

Di certo per il Governo Meloni non è l’ideale ritrovarsi con un minor spazio di manovra a causa degli effetti persistenti delle misure adottate da Governi precedenti, anche perché con la riclassificazione fiscale decisa quest’anno da Eurostat, i crediti pagati dallo Stato in più anni pesano solo sull’anno contabile in cui vengono concessi e quindi sugli indicatori di finanza pubblica che faranno da cornice alla prossima manovra. E se questo avviene proprio quando stanno per tornare in vigore i paletti europei su spesa, deficit e debito, allora sbrogliare la matassa inizia a farsi davvero complicato. La manovra non a caso sarà “prudente”, ha detto Giorgetti. Vuol dire che, come la prima legge di Bilancio targata Meloni in gran parte assorbita dalle misure contro il caro energia, è probabile che anche la seconda riesca a produrre ben poche riforme di quelle promesse dal centrodestra in campagna elettorale. E il Governo Meloni si prepara a scaricarne le colpe sulle misure ereditate dai precedenti Governi, Superbonus in testa. Tuttavia una corretta valutazione richiederebbe di concentrarsi sicuramente e non soltanto sui costi, ma pure sui i benefici.

Con una premessa: i costi sono più facili da quantificare perché pesano direttamente sulla contabilità pubblica, mentre per i benefici il calcolo è ben più articolato. Perché sono intertemporali (si protraggono negli anni) e intersettoriali (impattano su diversi settori, non solo sull’edilizia). Sono da quantificare l’effetto sul Pil, sul saldo debito/Pil, sul gettito fiscale, sui redditi e sui consumi, sugli investimenti privati connessi, l’impatto sulle emissioni inquinanti, e a lungo andare sulla salute (ad esempio, in Italia il riscaldamento degli edifici residenziali, commerciali e pubblici pesa sulle emissioni di CO2 per oltre il 17,7%, secondo i dati di Ispra e in generale il contributo del settore edilizio all’inquinamento atmosferico pesa per il 30%). 

Esistono diversi studi che provano a fare un bilancio dei costi-benefici del Superbonus. Uno dei più aggiornati è quello della Fondazione Nazionale dei Commercialisti. Secondo la quale “nella misura in cui le stime ufficiali hanno sottovalutato i costi dell’operazione, hanno anche e di molto sottovalutato i benefici per le casse dello Stato, mentre va richiamata l’attenzione sul fatto che, al momento, mentre i maggiori costi sono stati valutati e contabilizzati, i benefici, pur essendo in parte contabilizzati, non sono stati ancora adeguatamente valutati e di essi viene quasi completamente ignorata la portata”. 

Uno degli aspetti ad esempio è quello occupazionale. Rispetto al 2019, nel triennio 2020-2022, che racchiude sia la crisi pandemica sia la crisi energetica, gli occupati sono calati di 907mila unità nell’intera economia, mentre nel settore dell’edilizia si è registrato un incremento in termini cumulati rispetto al 2019 di 373mila posti di lavoro, stando ai dati Istat. Questi dati confermano prima di tutto l’impatto sui redditi per i lavoratori edili derivanti dal Superbonus, dal quale se ne può dedurre a livello intuitivo certamente un sostegno alla domanda e ai consumi. Ma volendo stare ai numeri, si può piuttosto quantificare una stima degli effetti fiscali e contributivi del Superbonus, aspetti spesso ignorati. Spesso, a livello erariale, si cita il minor gettito fiscale dovuto alle minori tasse incassate dallo Stato per effetto delle compensazioni dei crediti portati dalle imprese e dai cittadini. Ma come ricorda la Fondazione Nazionale dei Commercialisti, sul fronte del gettito c’è un altro aspetto da tenere in considerazione, ovvero la retroazione fiscale. Si tratta degli effetti moltiplicativi derivanti dalla spesa per il Superbonus sulla produzione e sul reddito, generando così maggior gettito. E quindi l’Iva, l’Irpef, Irap, Ires i contributi previdenziali Inps e via dicendo. Questi parametri contribuiscono ad abbattere il costo netto del Superbonus, perché una parte ritorna nelle casse dello Stato sotto forma di tasse. Un aspetto evidenziato anche dalla Banca d’Italia nella relazione annuale del 2022 che ha affermato come, “tenendo conto di questi fattori si può stimare che il costo netto per le finanze pubbliche delle agevolazioni introdotte nel 2020 sia comunque di circa la metà del loro valore”, fermo restando che si tratta di “un ammontare significativamente superiore alle stime governative iniziali”. Il parere del Governatore Ignazio Visco resta comunque sul negativo: “Il moltiplicatore fiscale dell’intervento, per quanto relativamente elevato, verosimilmente non è stato tale da rendere lo strumento a impatto nullo”. Per Palazzo Koch “queste risorse avrebbero potuto avere impieghi alternativi più efficaci” visto anche che “gli effetti sulla produttività sono relativamente bassi”.

La fondazione dei commercialisti stima un effetto di retroazione fiscale pari al 35%: “Vale a dire che per ogni euro di investimento in edilizia, grazie agli effetti moltiplicativi sulla produzione e sul reddito, si generano 0,35 centesimi di gettito fiscale”. Se lo Stato spende un euro e all’Erario ne tornano indietro 35 centesimi, la spesa pubblica netta sarà di 65 centesimi. E, se si tengono insieme gli effetti diretti (la produzione generata dalla spesa in un settore, come semilavorati e prodotti intermedi), gli effetti indiretti (la produzione innescata in altri settori) e quelli indotti (maggiori redditi, maggiori consumi e quindi nuove produzioni attivate), “per ogni incentivo fiscale speso nell’edilizia, in media, il costo netto per lo Stato sarebbe pari a 64,9 centesimi e il valore aggiunto saprebbe pari a 94,6 centesimi”, scrivono i commercialisti. 

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Secondo uno studio Nomisma l’impatto economico complessivo del Superbonus 110% sull’economia nazionale sarebbe stato anche più alto e pari a 195,2 miliardi di euro, con un effetto diretto di 87,7 miliardi, 39,6 miliardi di effetti indiretti, per un totale di produzione aggiuntiva attivata di 127,3 miliardi, a cui andrebbero aggiunti ulteriori 67,8 miliardi di indotto. Secondo il Consiglio nazionale degli Ingegneri, il disavanzo per le casse dello Stato necessario a finanziare il Superbonus è stato compensato dalla generazione di Pil. Mentre per il Censis nel suo rapporto “Ecobonus e superbonus per la transizione energetica del paese”, partendo dai dati del Consiglio nazionale ingegneri, Enea ed Istat, la misura in circa due anni di vigenza avrebbe contribuito alla crescita del Pil per 73 miliardi di euro. 

Sempre Nomisma ricorda come dal punto di vista immobiliare, l’incremento del valore degli immobili oggetto di riqualificazione, nell’ipotesi che tutte le unità immobiliari riqualificate rientrino nelle classi energetiche inferiori, supererebbe i 7 miliardi di euro. Dal punto di vista ambientale, “in uno scenario – in cui si stima che in Italia il settore delle costruzioni consumi oltre il 30% dell’energia primaria (generata per il 93% da fonti non rinnovabili) e sia responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra – risulta particolarmente rilevante anche una valutazione dell’impatto positivo a livello ambientale: dai risultati dello studio emerge una riduzione totale delle emissioni di CO2 in atmosfera, responsabile mediamente del 40%”. Impatti notevole anche sui consumi energetici delle famiglie, secondo Nomisma, con risparmi pari a 29 miliardi di euro stimati su cantieri già conclusi: “Nello specifico, per chi ha beneficiato della misura il risparmio medio in bolletta, considerando anche il periodo straordinario di aumento dei costi dell’energia, è infatti risultato pari a 964 euro all’anno. Lo studio evidenzia anche una riduzione del 15,5% per un solo salto di classe energetica, 30,9% per un salto di 2 classi energetiche e del 46,4% per un salto di 3 classi.

Due domande: quanti investimenti finanziati con il bonus sarebbero avvenuti ugualmente anche in assenza di agevolazione? E quanti invece sarebbero stati eseguiti dai privati, se non fossero subentrate le agevolazioni statali? Quanto pesano, cioè, l’effetto “peso morto” e l’effetto “spiazzamento” nell’analisi costi-benefici sul Superbonus? Secondo le stime di Banca d’Italia, circa metà degli investimenti effettivamente realizzati hanno avuto carattere di addizionalità. Come ha riferito il presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio in audizione alla Quinta Commissione della Camera a marzo, “supporre la completa addizionalità degli investimenti incentivati implica ipotizzare che in loro assenza si sarebbe verificata una riduzione degli investimenti residenziali non incentivati molto ampia; tale possibilità appare implausibile”. Sicuramente una parte degli investimenti agevolati sarebbe comunque avvenuta lo stesso, come pure una parte degli investimenti “spiazzati” (cioè quelli che potevano essere fatti dai privati ma sono stati sostituiti dal pubblico) potrebbe essere solo stata rinviata ai prossimi anni ma resta che la spesa nell’edilizia ha dato una spinta all’economia nella fase di ripresa dalla pandemia. 

Fermo restando che, rileva l’Upb, “un’analisi completa dell’impatto dell’incentivo per l’economia italiana, che includa anche l’effetto positivo sulle entrate del bilancio pubblico, è difficile sulla base di soli strumenti macroeconomici, in particolare in un periodo caratterizzato da shock eccezionali (la pandemia e la guerra in Ucraina) e che hanno colpito i vari paesi in modo asimmetrico”, secondo l’Ufficio “una spesa addizionale in costruzioni genererà un moltiplicatore poco al di sotto dell’unità, quindi un valore aggiunto di ammontare quasi analogo allo shock di spesa; l’effetto misurato invece sulla produzione totale, al quale hanno fatto ricorso alcuni studi, è di circa 2,5 volte”. Anche Banca d’Italia è concorde con le stime dell’Upb mentre, come ricorda un report di Fillea Cgil, per l’Istat “nel biennio 2021-2022, in termini di scostamenti percentuali (cumulati) rispetto allo scenario base di assenza di incentivi, la crescita aggiuntiva in termini reali attribuibile alle spese riferite al Superbonus 110% e al Bonus facciate oscillerebbe tra 1,4 punti nel primo scenario e 2,6 punti nel secondo, assumendo in entrambi i casi un’intensità più contenuta nel secondo anno”. 

Come si è visto, quantificare i benefici del Superbonus è molto più complesso rispetto al tener conto dei costi perché i ritorni positivi sono intersettoriali e intertemporali. Al di là del ritorno economico per lo Stato che sarà suscettibile di aggiornamenti man mano che passerà il tempo e aumenteranno le evidenze, è piuttosto chiaro che il bonus edilizio ha funzionato da booster per l’economia nella fase successiva al crollo pandemico e da tonico quando è arrivata la crisi energetica, pur rappresentando una zavorra in termini di indebitamento netto. Ed è quanto scrive la Fondazione Nazionale dei Commercialisti: “È evidente che se si considera adeguatamente l’effetto di retroazione fiscale, l’impatto del Superbonus 110% sulle finanze pubbliche è addirittura positivo, nel senso che l’incremento di Pil generato, comunque, a debito, cioè facendo deficit, sarebbe superiore all’impatto sul debito, migliorando, in termini percentuali, i fondamentali di finanza pubblica”. 

Tuttavia la premier Meloni non manca di tacciare la misura sempre e solo come una sciagura per le finanze dello Stato. E politicamente ha validi motivi per farlo: il suo governo è costretto a operare con uno spazio di manovra ridotto – oltre che per il ritorno dei vincoli del Patto di Stabilità – anche a causa dell’effetto trascinato di misure di cui non è l’artefice, a meno che non voglia adottare cesure col passato potenzialmente esplosive in termini sociali (crediti incagliati, fallimenti di imprese eccetera) che politicamente rischiano di essere tanto sconvenienti quanto il venir meno alle promesse fatte in campagna elettorale, se non di più. Tuttavia suona leggermente ipocrita se, al contempo, lo stesso Governo Meloni si attribuisce i meriti per le migliori performances dell’economia italiana rispetto ad altri Paesi Ue come la Germania nel periodo della crisi energetica: Berlino è entrata in recessione da un pezzo, Roma invece ha visto un primo arretramento del Pil – a causa del calo della domanda interna innescata dai rialzi dei tassi e dall’inflazione – solo nello scorso trimestre, come ha rilevato l’Istat la scorsa settimana (-0,4%). E non si può far finta che alla tenuta dell’economia non abbiano contribuito, tanto o poco, anche i bonus edilizi, continuando ad additare solo il marcio del Superbonus mentre se ne tacciono i benefici. O peggio ancora, riservandosene silenziosamente i meriti.



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