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Agricoltura biologica italiana ed europea: crescita per tutti o marginalità per pochi?

Serve un giusto prezzo del cibo e un giusto reddito per gli agricoltori. Bisogna garantire autonomia alle tre sfere di economia, diritto e cultura, in modo che nessuna si sottometta all’altra. L’economia deve basarsi sulla solidarietà, l’associazione dei cittadini deve essere trasversale alle categorie economiche. Si lavori per il bene del prossimo e il denaro più funzionale sia quello di donazione, con cui si finanzia il futuro, consapevoli che il denaro d’acquisto finanzia solo il passato, ormai prodotto. E’ ora che il biologico e il biodinamico siano un esempio. Che si rinunci allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’animale e l’ambiente”.

Così scrive il presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica Carlo Triarico[1] in un breve intervento apparso sulla rivista Terra Nuova del mese di settembre nello speciale Cibo biologico per tutti: una sfida da vincere. “Il biologico e il biodinamico, continua Triarico, sono davanti a una scelta: essere un modello agroalimentare del futuro o diventare una commodity. Essere una risorsa di cibo e salute accessibile a tutti, o l’arricchimento di pochi. Per tanti anni in pochi hanno sostenuto l’agricoltura biologica e biodinamica. Le politiche UE iniziano ora a sostenere il biologico e stanno immettendo ingenti fondi. Ma attirano anche interessi e poteri che potrebbero cambiare per sempre in peggio anche l’anima del movimento biodinamico”.

Anche Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio[2], la Federazione Italiana Agricoltura Biologica e Biodinamica, esprime un pensiero in linea con quello di Triarico. In alcuni interventi e dichiarazioni in occasione del Salone Internazionale del Biologico e del Naturale (SANA) che si è svolto a Bologna dal 7 al 10 settembre scorso, la presidente ha avuto modo di ribadire e mettere in luce alcune questioni, a cominciare dall’obiettivo del 25% per il 2030, che la strategia Farm to Fork contenuta nel Piano d’Azione Europeo per l’agricoltura biologica sta perseguendo.

In un comunicato stampa apparso sul sito della Federazione a conclusione del Salone di Bologna, Mammuccini afferma che “in uno scenario positivo per il biologico, con una crescita degli operatori, delle superfici e delle vendite, emergono alcune criticità e sfide che il Piano d’azione per il biologico deve affrontare. In particolare, sarà fondamentale far crescere di pari passo le produzioni e i consumi che, oggi, stanno risentendo degli effetti dell’inflazione, del cambiamento climatico, che impatta su costi di produzione e rese, oltre che di un quadro generale di instabilità e volatilità. Auspichiamo che il Piano d’azione metta al centro i produttori agricoli affrontando nodi fondamentali quali il giusto prezzo, il marchio Made in Italy bio, il sostegno ai distretti bio e il supporto all’export. Infine, crediamo essenziale il supporto agli agricoltori con investimenti in ricerca, innovazione, formazione e servizi per contrastare il cambiamento climatico e andare verso l’affermazione dell’agroecologia”.

Un condensato di obiettivi e prospettive, ma anche la consapevolezza dei tanti problemi che il comparto presenta, causa anche la crescita, in alcuni momenti vertiginosa, dell’ultimo decennio.

E’ quindi il caso di vedere qualche numero. La SAU (Superficie Agricola Utilizzata) a biologico in Italia è rimasta pressoché invariata, dopo una forte crescita nella prima decade del secolo, assestandosi all’incirca sul milione di ha; poi dal 2012 è iniziata una crescita costante che l’ha portata a sfiorare i 2 milioni e mezzo di ha alla fine del 2022 (BIO in cifre 2023, a cura di SINAB, MASAF, ISMEA, CIHEAM Bari). Il numero complessivo degli operatori ha visto la stessa dinamica arrivando a superare le 90.000 unità.

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Numeri importanti perciò. Allargando lo sguardo su quelli dell’agricoltura biologica a livello mondiale, specie per ciò che riguarda l’incidenza della superficie a bio sul totale, si osserva che, secondo quanto riportato in Bioreport 2021-2022, L’agricoltura biologica in Italia, a cura della Rete Rurale Nazionale 2014-2020, pur in presenza di un numero molto elevato di operatori le aree Africa e Asia (1.123.000 e 1.782.000 unità) incidono pochissimo sulle superfici dedicate al bio a livello planetario (0,2 e 0,4% rispettivamente).
L’area Oceania invece presenta la più vasta per estensione a bio (36 milioni di ha che incidono per il 9,7% sulla superficie totale) a fronte del più basso numero di operatori (“solo” 18.000). L’area Oceania risulta prima nel mondo seguita dall’Europa (3,6% di coltivato per 17,8 milioni di ha con 442.000 produttori). Scarso invece il contributo del Nord America (0,8% di superficie coltivata e 23.000 produttori) e una tendenza al ribasso nel biennio 2020/2021.
Relativamente ai paesi dell’Unione Europea (che contribuiscono mediamente con il 10,1% di SAU biologica), quelli che incidono maggiormente sono l’Austria, che, con il 26,1%, ha già superato l’obiettivo del Piano d’Azione Europeo, la Svezia (20,2%,), la Grecia (18,9%) e l’Italia con il 18,2, anche se dati più recenti evidenziano un 18,7%. La classifica degli ha coltivati a bio vede invece prima la Francia (2.777.000) seguita dalla Spagna (2.635.000), poi Italia (2.349.000), quindi Germania con 1.802.000 ha.

A livello italiano sono sei le regioni che hanno superato la soglia del 25% della superficie coltivata biologicamente con la Toscana che, a fine 2022, è diventata la prima regione come incidenza di SAU (con il 35,8%), seguita da Calabria, Sicilia, Marche, Basilicata e Lazio. La Puglia ha quasi raggiunto il target (24,9%), mentre l’Emilia Romagna con un 18,5% di incidenza deve ancora impegnarsi per raggiungere l’obiettivo europeo, anche se in termini di coltivazioni biologiche risulta quinta in Italia con 193.360 ettari. La precedono Sicilia (387.200 ha), poi Puglia, Toscana e Calabria, che assieme alla stessa Emilia Romagna rappresentano oltre il 50 % del bio nazionale.

Dati dell’Assessorato Agricoltura dell’ Emilia-Romagna riferiti al 2021 danno la provincia di Ferrara in testa come SAU, con 29.530 ha coltivati a biologico, prima di Parma e Bologna, ma solo quarta in termini di incidenza percentuale (16,6% sulla superficie complessiva dedicata) a bio, superata dalle province di Forlì-Cesena, Rimini, Parma e Reggio Emilia. Il ferrarese eccelle nei seminativi, nella coltivazione del riso e, tra le frutticole, nella produzione delle pere.

Il valore di mercato dei prodotti bio presenta, dopo un picco di quasi 4 miliardi di euro nel 2020, una riduzione, e, secondo le ultime elaborazioni su dati Nielsen, si assesta sui 3,66 Mld, con le vendite che raggiungono il 61,9% del totale nelle regioni del nord Italia, il 26,3% nelle regioni del centro, compresa la Sardegna, e il rimanente 11,8% nel sud. Il peso del mercato interno del biologico rispetto al totale del comparto agroalimentare italiano si aggira sul 3,6%, dato questo che mostra quanto ci sia da fare per la crescita del comparto dei prodotti biologici nel nostro paese.

La sintetica carrellata di dati illustrati ritengo sia necessaria per comprendere da un lato la portata del settore bio in Italia e dall’altro quale deve essere l’impegno che istituzioni, pubbliche e private, realtà associative degli agricoltori e operatori del settore, devono infondere per raggiungere gli obiettivi dell’UE (Strategia Farm to Fork[3]), ma anche per dare impulso a coltivazioni e allevamenti biologici per superare la soglia del 25% che, nell’attuale contesto, rischia di diventare una sorta di limite invalicabile o la giustificazione per non andare oltre, mentre rappresenta l’unica strada per una agricoltura realmente sostenibile.

La maggioranza delle azioni della Strategia UE non è certo da oggi che si tenta di sviluppare e promuovere. A mio parere è importante però che vi sia, a livello europeo, un progetto complessivo,[4] il quale affronti decisamente i vari aspetti della “questione” agro-alimentare, e che preveda impegni concreti da parte dei vari paesi aderenti all’UE.

Tra le tante problematiche di cui il settore soffre senza dubbio vi è quella relativa alla innovazione del sistema di certificazione, chiamato a dare risposte sia alle aziende che operano nel bio che ai consumatori che utilizzano i prodotti.

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“Occorre una riforma all’insegna della semplificazione, della trasparenza e dell’innovazione tecnologica per adeguare il sistema di certificazione del biologico alle esigenze attuali”, afferma Paolo Carnemolla, segretario generale di FederBio, che ribadisce la necessità di “essere in linea con il nuovo quadro normativo europeo in materia di controlli”, ricordando recentemente l’iniziativa del sottosegretario al Masaf Luigi D’Eramo che, insieme ai presidenti delle Commissioni agricoltura del Senato e della Camera, ha avviato un momento di confronto sulla riforma del sistema di certificazione dei prodotti biologici con le organizzazioni di rappresentanza del settore allo scopo di analizzare lo schema di Decreto legislativo, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso agosto, che sta iniziando l’iter di discussione in conferenza Stato Regioni e nelle Commissioni parlamentari.
Da parte di FederBio, ricorda Carnemolla, è stata ribadita la “necessità di una riforma coraggiosa in linea con il nuovo quadro normativo europeo in materia di controlli”. Questo perché risulta “fondamentale riorganizzare l’intero funzionamento del sistema di certificazione, utilizzando le tecnologie informatiche per un’operatività e un coordinamento effettivo ed efficace di tutti gli attori pubblici e privati”, anche per puntare a una reale semplificazione e riduzione di costi per gli operatori”.

In linea con tutto ciò, ma anche per allargare le prospettive al mondo agricolo nel suo complesso, vanno lette le dichiarazioni della presidente Mammuccini poco prima di SANA 2023, che auspica un confronto tra chi opera nel mondo del biologico e “una presa di posizione comune, un cambiamento necessario che generi valore per tutti gli attori della filiera a vantaggio dell’intero sistema”. E’ necessario, dice la presidente di FederBio, “ragionare insieme (associazioni, rappresentanti del settore e governo), per mettere in campo tutti gli strumenti volti a dare un contributo strategico in termini di politica e innovazione”, per raggiungere gli obiettivi prefissati. Cruciale diventa “dare attuazione alla legge sul biologico e andare avanti con l’approvazione del Piano d’azione nazionale per il biologico”, ma altrettanto importante affrontare il tema dell’agro-ecologia, in quanto “l’impatto del cambiamento climatico sulle realtà che operano nel bio, e non solo, impone un investimento comune importante, in grado di avere un effetto reale nel medio-lungo termine”. Per questo “il Piano d’azione è fondamentale anche per attuare investimenti strategici a sostegno dei produttori agricoli in termini di assistenza tecnica, formazione, ricerca e trasferimento d’innovazione, e per affrontare in maniera adeguata tutte le conseguenze del climate change”.

Nei vari incontri e dibattiti organizzati in ambito di SANA questi temi sono stati affrontati da svariati rappresentanti e operatori del mondo agricolo e del biologico, mettendo in luce le tante contraddizioni esistenti, a dimostrazione delle difficoltà sul cammino dello sviluppo di una agricoltura ecosostenibile. Tanti sarebbero gli interventi da citare. Mi limito, a conclusione dell’articolo, a riportare l’opinione della coalizione #CambiamoAgricoltura[5], organizzazione parte della campagna europea The Living Land nata per unire tutte le organizzazioni e le persone che pensano che l’attuale Politica agricola comune (Pac) sia in crisi e abbia bisogno di essere riformata.

Recentemente la coalizione ha chiesto alla Presidente dell’Unione Europea Ursula Von der Leyen di includere la pubblicazione della legge sui sistemi alimentari sostenibili nel suo discorso sullo stato dell’Unione. La lettera è stata firmata da 160 organizzazioni, tra cui diverse associazioni della Coalizione CambiamoAgricoltura, e personalità del mondo accademico in tutta Europa.

Infine, nell’incontro organizzato da Demeter Italia Più BIO per tutti, ce lo chiede l’Europa. Siamo pronti? – tenutosi a SANA, Franco Ferroni, dell’ufficio sostenibilità WWF e coordinatore della Coalizione CambiamoAgricoltura, a riprova delle difficoltà già citate in precedenza, ha espresso una posizione molto chiara nei confronti di Coldiretti, che, da un lato ha dato vita a inizio 2022 alla associazione Coldiretti Bio guidata dalla giovane imprenditrice agricola Maria Letizia Gardoni; dall’altro, a fine giugno scorso, per voce del suo presidente Ettore Prandini, ha dichiarato la propria opposizione alla proposta di legge europea sul ripristino della natura (Nature Restoration Law), affermando come “la scelta della Commissione Ambiente dell’europarlamento di respingere la proposta di legge per il ripristino della natura”, come richiesto da Coldiretti[6], “salva una filiera agroalimentare Made in Italy che vale oggi 580 miliardi”. Difficile non vi siano incoerenze in tali posizioni! Incoerenze che Ferroni nel corso dell’incontro ha colto sottolineando inoltre come le strategie “Farm to Fork” e Biodiversità 2030, presentati il 21 Maggio scorso a Bruxelles dalla Commissione Europea, siano il primo vero tentativo di politica agroalimentare integrata, un fatto positivo che si colloca al centro del Green Deal accogliendo il principio che alimentazione, ambiente, salute e agricoltura sono materie strettamente connesse, e che “i sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta”.

Note: 

[1] Carlo Triarico è autore assieme ad Alessandro Piccolo, Nadia El-Hage Scialabba e Sabrina Menestrina al saggio L’insopportabile efficacia dell’agricoltura biodinamica, Ed. Terranuova Agricoltura, 2022.

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[2] FederBio è la federazione nazionale nata nel 1992, per iniziativa di organizzazioni di tutta la filiera dell’agricoltura biologica e biodinamica, con l’obiettivo di tutelarne e favorirne lo sviluppo. FederBio socia di Ifoam e Accredia, l’ente italiano per l’accreditamento degli Organismi di certificazione, è riconosciuta quale rappresentanza istituzionale di settore nell’ambito di tavoli nazionali e regionali.

[3] https://www.consilium.europa.eu/it/policies/from-farm-to-fork/

Escludendo la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare e la sicurezza sanitaria degli alimenti, che vanno comunque e sempre garantite, i principali obiettivi della strategia dal “produttore al consumatore” sono, oltre all’aumento della superficie di terreni destinati all’agricoltura biologica, la riduzione del 50% dell’uso di pesticidi e fertilizzanti, il miglioramento del benessere degli animali, le attività di promozione per un consumo e regimi alimentari più sani e sostenibili, la lotta contro le frodi alimentari e la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari.

[4] https://www.consilium.europa.eu/it/policies/green-deal/

La Commissione europea mira a ridurre l’uso di pesticidi e fertilizzanti di almeno il 50% al 2030.

[5] A lanciare la campagna Living Land sono Birdlife Europe, European environmental bureau (Eeb) e Wwf Eu. In Italia #CambiamoAgricoltura è stata lanciata da un’ampia coalizione di Associazioni ambientaliste e dell’Agricoltura biologica e biodinamica: Associazione Medici per l’ambiente, Aiab, Associazione agricoltura biodinamica, Fai, Federbio, Legambiente, Lipu, Pronatura e Wwf.

[6] Per non dire del patto societario stretto nel 2020 tra Coldiretti e Bonifiche Ferraresi, mega azienda agricola quotata in borsa di quasi 8.000 ha e migliaia di capi di bestiame con sede nel ferrarese, che Altreconomia descrive approfonditamente nel numero dello scorso Novembre (https://altreconomia.it/inchiesta-su-bf-il-vero-sovrano-dellagricoltura-industriale-italiana/).

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Ho lavorato come ricercatore presso l’Alma Mater Università di Bologna nel settore delle Scienze e Tecnologie Alimentari fino al novembre 2015. Da allora svolgo attività didattica come Docente a Contratto. Ferrarese di nascita ma di origini siciliane. Ambientalista e pacifista fin dagli anni degli studi universitari sono stato attivo in Legambiente e successivamente all’interno di Rete Lilliput di Ferrara fin verso il 2010. Attualmente faccio parte della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Sono socio dell’Associazione culturale Cds OdV – Centro ricerca Documentazione e Studi economico-sociali, del cui direttivo faccio parte e collaboro da anni all’Annuario socio-economico ferrarese. Nel 1990 sono stato eletto con la lista “Verdi Sole che ride” nel Consiglio Comunale di Ferrara fino al 1995; in seguito, dal 1999 al 2004 consigliere della Circoscrizione Nord per la lista “Verdi”.



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