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Negli ultimi due mesi in Italia milioni di persone hanno partecipato alle manifestazioni dei lavoratori, delle donne, della società civile. Da dove vengono queste mobilitazioni? Quanto pesano il declino economico, le disuguaglianze, le discriminazioni, le politiche sbagliate?

La marcia della pace ad Assisi di domenica 10 dicembre 2023, per il cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi, è l’occasione più recente in cui migliaia di persone hanno manifestato in Italia. Negli ultimi due mesi, con una partecipazione popolare oltre ogni previsione, le piazze italiane si sono riempite per proteste e rivendicazioni diverse. Ricordiamole: il 7 ottobre “La via maestra” della difesa della Costituzione è stata lanciata da Cgil e 200 associazioni, chiedendo democrazia, pace e tutela dei diritti, contro i progetti di presidenzialismo e autonomia regionale differenziata. A partire dal 28 ottobre la questione della Palestina e della difficile pace con Israele è arrivata in molte piazze.
Il 17 novembre c’è stata la giornata principale dello sciopero generale di Cgil e Uil contro la legge di bilancio del governo e la svalutazione del lavoro, seguita da decine di altre manifestazioni regionali e delle categorie in prima linea, dal personale sanitario a quello dei trasporti. Il 25 novembre, nella giornata contro la violenza sulle donne, c’è stata una straordinaria partecipazione, a Roma e in tutta Italia, con l’affermazione della libertà e del protagonismo delle donne, e il rifiuto di modelli fondati sul patriarcato.

A queste mobilitazioni della società civile, dei lavoratori, delle donne, si è aggiunta anche una piazza “politica”, con la manifestazione del Pd l’11 novembre a Piazza del Popolo a Roma, per costruire l’opposizione al governo e ritrovare una partecipazione popolare.

Sulle questioni dell’ambiente e del clima non ci sono state grandi manifestazioni nazionali ma, specie nei giorni della Cop28 sulle politiche per il cambiamento climatico, ci sono state intense iniziative locali, mentre le attività di associazioni e movimenti hanno una continuità consolidata.

Questi eventi hanno portato in piazza diversi milioni di persone, ma sono stati rapidamente dimenticati, trascurati dai media e interpretati soltanto come contrapposizioni momentanee sulle vicende dell’attualità politica. Considerata nel suo insieme, questa sequenza di manifestazioni ha un grande rilievo, sia sociale, per il segnale di grande vitalità della società italiana che esprime, sia politico, per i contenuti e le richieste di cambiamento politico che manifesta.
Si è trattato di mobilitazioni molto diverse e distanti tra loro. Ci si può chiedere quanti abbiano condiviso tutte le iniziative emerse in questo periodo e quali divisioni e contrasti ci siano tra i soggetti sociali e le organizzazioni che ne sono stati protagonisti. Ci si può chiedere quali convergenze siano in corso sul piano della sensibilità alle diverse tematiche, e quali possano essere sviluppate per costruire una visione più complessiva dei conflitti.

Su questi interrogativi è importante avviare una riflessione collettiva che ci permetta di capire meglio trasformazioni e sommovimenti della società italiana. Partiamo dalle condizioni di fondo del Paese: il declino economico, l’aumento delle disuguaglianze, la discriminazione delle donne, le priorità distorte della spesa pubblica.

Il declino economico. Siamo un paese che si va impoverendo. Dal 2000 a oggi il Pil pro capite è diminuito. del 2% in media. La qualità del lavoro è peggiorata gravemente: due terzi dei nuovi contratti di lavoro sono a tempo determinato o part-time. Già prima della pandemia i contratti a tempo determinato riguardavano il 63% dei giovani tra i 15-24 anni e il 29% degli occupati tra i 25-34 anni. I contratti part-time coprivano il 19% dell’occupazione totale (un terzo per quanto riguarda le donne), nel 60% dei casi di natura involontaria. I salari sono particolarmente bassi a confronto con gli altri paesi europei; nell’industria e nei servizi privati l’80% dei 15 milioni di salariati guadagnava nel 2020 meno di 28 mila euro lordi l’anno (Mario Pianta, L’economia italiana negli anni venti, Il Mulino, 2023).

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Con l’inflazione degli ultimi due anni, molti lavoratori dipendenti hanno subito perdite dei salari reali fino al 15%, visti i ritardi nei rinnovi contrattuali e l’assenza di un’indicizzazione dei redditi da lavoro all’aumento dei prezzi. Le perdite sono state maggiori per chi lavora in modo precario e nei settori dei servizi privati. Ma i salari reali in realtà cadono da ben prima: i dati Ilo mostrano che tra il 2008 e il 2022 in Italia i salari reali sono diminuiti del 10% mentre in Germania crescevano del 12%. Il risultato dei bassi salari e del precariato è che ora il 12% dei lavoratori italiani è a rischio di povertà (L’inflazione in Italia. Cause, conseguenze, politiche, a cura di Mario Pianta, Carocci, 2023).

L’aumento delle disuguaglianze. L’1% più ricco della popolazione adulta possiede oggi un quarto della ricchezza totale, mentre aveva il 17% nel 1995; il 50% più povero ha ora il 3% della ricchezza, contro l’11% nel 1995 (P. Acciari, F. Alvaredo e S. Morelli, The Concentration of Personal Wealth in Italy 1995-2016, Csef Working Papers n. 608, 2021). Gli effetti dell’inflazione hanno aggravato le disparità di reddito; l’aumento dei prezzi ha riguardato soprattutto energia e generi alimentari, i beni che hanno un peso maggiore nella spesa delle famiglie più povere.

La discriminazione delle donne. Le disparità nella situazione economica e sociale delle donne sono state documentate da un ampio studio della Banca d’Italia pubblicato lo scorso giugno. Il 43% delle donne è oggi fuori dal mercato del lavoro, con una modesta riduzione nell’ultimo decennio; nel Mezzogiorno si arriva al 58%. Nei salari, i divari tra uomini e donne sono del 10%, anche questi ridottisi di poco nell’ultimo decennio. Le disparità sono ancora più forti ai vertici della piramide: le donne che fanno parte del 10% con i salari più elevati guadagnano in media il 30% in meno degli uomini che si trovano nel 10% dei più pagati.
Nonostante risultati scolastici migliori degli uomini, le donne hanno carriere professionali lente e discontinue. Chi diventa madre è fortemente penalizzata sul mercato del lavoro: ha una probabilità quasi doppia di non avere più un lavoro nei due anni successivi. Gli asili sono disponibili solo per un bambino su quattro, un valore tra i più bassi in Europa. Nel Mezzogiorno meno del 15% dei bambini da zero a due anni ha accesso all’asilo (Carta et al., Women, labour markets and economic growth, Banca d’Italia, June 2023 ).

E’ questa la radiografia economica che riguarda chi ha manifestato in questi mesi in Italia. E’ evidente che l’estensione degli scioperi sindacali ha le sue radici nel degrado del lavoro e nella perdita di salario. Ed è evidente che nella rivolta delle donne contro violenza sessuale e logiche del patriarcato conta moltissimo l’esperienza vissuta di discriminazione sul lavoro e nella società. Ma è importante vedere quanto le due dinamiche si sovrappongano. Sono proprio le donne a essere più penalizzate in termini di lavoro e salario, e proprio le donne sono state protagoniste delle mobilitazioni sindacali in settori come sanità e scuola.

Le priorità distorte della spesa pubblica. Nelle mobilitazioni di società civile e sindacato per la Costituzione c’è l’esigenza di riaffermare diritti sociali e welfare di fronte al definanziamento e alla privatizzazione della sanità pubblica e all’abbandono di scuola e università. Come ha mostrato un recente rapporto di Greenpeace in Italia tra il 2013 e il 2023, in termini reali, la spesa pubblica per l’istruzione è aumentata di appena il 3%, quella per la protezione ambientale del 6%, la spesa per la sanità dell’11%, mentre la spesa militare è salita del 26%. All’interno di questa spesa, gli investimenti sono stati fermi per istruzione e ambiente, sono aumentati del 33% per la sanità e sono balzati del 132% per gli armamenti. In un decennio di austerità e contenimento della spesa pubblica – di fronte alle emergenze della pandemia, della crisi energetica e della guerra in Ucraina – la priorità dei governi è andata alla spesa militare anziché alla ricostruzione di salute, istruzione e ambiente. Ciò ha significato un ulteriore impoverimento in termini di minor accesso ai servizi pubblici universali, e un peggioramento delle condizioni ambientali e sociali. La consapevolezza di dover scegliere tra militarizzazione della politica e dell’economia da un lato, e la difesa dello Stato sociale dall’altro è apparsa evidente nelle manifestazioni di questi mesi, dov’era forte anche la richiesta di una soluzione pacifica dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, e una visione della sicurezza comune garantita. più da strumenti politici che dalla corsa alle armi.

Le priorità sbagliate della politica nazionale riguardano anche le risposte al cambiamento climatico, documentate dal Climate change performance index 2024 , che tiene conto delle emissioni di CO2, dello sviluppo delle energie rinnovabili, del consumo di energia e e delle politiche sul clima. Qui l’Italia è scivolata al 43mo posto su 63 paesi (15 posizioni in meno dell’anno scorso) per le strategie di governo e grandi imprese che sono al centro delle proteste dei movimenti ambientalisti e per la giustizia climatica.

Tali priorità sbagliate del bilancio dello Stato sono tanto più gravi quanto più rilevante è stato l’aumento della spesa pubblica per assicurare la ripresa dopo la recessione della pandemia; nel 2020 la spesa pubblica in rapporto al Pil è cresciuta di 8,5 punti percentuali, raggiungendo il 57% del Pil; il finanziamento a debito dei deficit dello Stato ha portato il debito pubblico italiano a un balzo, in rapporto al Pil, di 20 punti percentuali nel 2020-2021, raggiungendo il 140%. Aumenti analoghi sono stati realizzati in molti paesi avanzati, mostrando l’importanza della politica fiscale per affrontare le crisi. Se consideriamo che l’Italia sta beneficiando dei 200 miliardi di euro dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato dal programma europeo Next Generation EU, siamo di fronte a un’occasione storica in cui una spesa pubblica straordinaria avrebbe potuto ridisegnare le strutture economiche e sociali del Paese. La realtà è che le risorse pubbliche sono andata in larghissima parte a sussidi indiscriminati alle imprese e a ‘bonus’ alle famiglie, senza alcun progetto per inserire il Paese nella transizione digitale e in quella ecologica, né per costruire una traiettoria di sviluppo di qualità, con meno disuguaglianze e più sostenibilità.

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Le priorità distorte della spesa pubblica emergono in questo modo come un altro terreno di conflitto sociale, trasversale alle mobilitazioni di questi mesi. E’ questo il tema affrontato da 25 anni dalla Campagna Sbilanciamoci!, l’alleanza di 50 associazioni che ogni anno elabora la “controfinanziaria” con le proposte concrete su “come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente”.
Il declino economico, l’aumento delle disuguaglianze, la discriminazione delle donne, le priorità distorte della spesa pubblica sono aspetti tra loro connessi delle traiettoria complessiva del Paese: un circolo vizioso tra bassa crescita, impoverimento diffuso, frammentazione sociale, disparità e discriminazioni. Una traiettoria che è stata colpita da una sequenza di crisi – il crollo finanziario del2008, la crisi del debito del 2011, la pandemia del 2020, l’inflazione e la guerra in Ucraina del 2022 – che ha portato ogni volta a un’erosione delle capacità produttive, a peggioramenti del lavoro e della distribuzione dei redditi, a un uso ‘emergenziale’ della spesa pubblica.
In questa prospettiva, il declino economico, l’aumento delle disuguaglianze, la discriminazione delle donne, le priorità distorte della spesa pubblica appaiono come “motori” importanti anche delle manifestazioni di questi mesi. Investono in modo differenziato classi sociali, uomini e donne, giovani e vecchi, territori diversi del Paese, ma rimandano all’esigenza comune di un cambio di rotta.
E’ una necessità sempre più urgente, perché – in Italia come in Europa – le risposte a tali processi non vanno necessariamente in una direzione ‘progressiva’. Il circolo vizioso del declino produce un diffuso senso di insicurezza, aumentano le paure e il bisogno di protezione. Ed è stata l’estrema destra in questi anni che ha saputo dare una risposta a questo disagio, soprattutto delle classi medie e popolari, con un’offensiva sul piano ideologico e identitario, più che con politiche concrete.

Se analizziamo gli spostamenti elettorali a livello regionale nell’Italia della seconda repubblica, troviamo che l’impoverimento relativo delle classi medie è una delle determinanti principali del voto all’estrema destra, mentre alti livelli di disuguaglianze, precariato e disoccupazione sono associati all’aumento dell’astensione (Daniela Chironi, Mario Pianta, Lega e Cinque Stelle, le basi economiche del voto, ; Daniela Chironi, Mario Pianta, Più ricchi, meno precari. La base sociale di Enrico Letta).
Di fonte a un’estrema destra che va consolidando un blocco sociale impaurito e conservatore, le piazze piene di queste due mesi possono offrire la possibilità di costruire – con un non facile lavoro di alleanze sociali e politiche – il blocco sociale della democrazia.



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