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Tra le stangate incluse nella Nadef varata dal governo Meloni c’è anche quella della spesa per gli interessi da pagare sul debito italiano, ovvero sui BTP & Co:

una ferita già aperta nei conti pubblici dell’Italia, ma che è destinata ad aprirsi ulteriormente per effetto dei continui rialzi dei tassi di interesse da parte della Bce e dello stock del debito pubblico che, nel caso dell’Italia,  è il più alto dell’Europa dopo quello della Grecia.

La ferita non si riaprirà, e questa è una consolazione, sebbene magra, nel corso di quest’anno, visto che il governo Meloni prevede che la spesa per interessi in rapporto al Pil scenderà nel 2023 al 3,8%.

Detto questo, la consolazione sparisce del tutto se si considera che, nella giornata di venerdì scorso, il Tesoro è stato costretto a rivedere al rialzo le emissioni di titoli di stato previste per quest’anno 2023 alla cifra di 333 miliardi di euro, rispetto all’outlook iniziale di 310-320 miliardi di euro stimata in precedenza.

L’aumento di emissioni di titoli di stato farà salire il debito pubblico di Roma a 2,85 trilioni di euro.

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Boom spesa per interessi, sfonderà 100 miliardi nel 2026

Per le casse dello Stato italiano sempre più malandate, la situazione peggiorerà nei prossimi anni fino al 2026 quando, così si legge nella Nadef, la spesa per interessi sfonderà la soglia dei 100 miliardi di euro.

Un vero e proprio incubo per l’Italia, che ha già fatto scattare l’attenti su quelle risorse che questa voce di bilancio dello Stato assorbirà, a svantaggio di settori vitali per gli italiani, in primis quello della sanità pubblica.

Dalla Nota di aggiornamento al Def emerge per la precisione che la spesa per interessi salirà dal 3,8% del Pil dell’Italia, ovvero da un importo superiore ai 78 miliardi di euro del 2023, al 4,2% del Pil, ovvero a circa 89 miliardi, nel 2024, per poi avanzare di nuovo, nel 2025, al 4,3%, ovvero a un ammontare superiore ai 95 miliardi.

Fino ad arrivare a superare la soglia dei 100 miliardi, balzando a 104 miliardi nel 2026, incidendo sul prodotto interno lordo dell’Italia per il 4,6%.

Che le casse dello Stato italiano stiano piangendo, lo dimostra la stima del governo Meloni sul rapporto debito-Pil, atteso attorno al 140% nel periodo compreso tra il 2023 e il 2026: cifra astronomica rispetto a quei diktat che l’Unione europea si appresta ad annunciare con la revisione del Patto di stabilità e crescita,  sospeso dal 2020 a causa della pandemia Covid.

Il rapporto debito/Pil è previsto comunque ridursi al 140,0 per cento nel 2023, dal 141,7 per cento del 2022.

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Poca cosa, però, se si considera che tra i diktat Ue potrebbe essere confermata la soglia massima del 60% per il rapporto.

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Spesa interessi su per rialzo costo debito nuove emissioni. Il fattore Bce

Il motivo per cui la spesa per interessi salirà è inciso nel testo della Nadef:

Nel 2023, il livello della spesa per interessi a legislazione vigente si ridurrà rispetto al 2022 per effetto del venir meno – in buona parte – della significativa rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione pregressa, in conseguenza della progressiva riduzione del tasso di inflazione a livello nazionale e dell’area euro. Negli anni 2024-2026 seguiranno progressivi aumenti della spesa per interessi, dovuti all’incremento del costo del debito sulle nuove emissioni, mentre la componente di spesa legata ai titoli indicizzati all’inflazione continuerà a ridursi per effetto del calo dell’inflazione”.

Citato chiaramente l’effetto delle strette monetarie della Bce sugli aumenti della spesa per interessi negli anni 2024-2026, laddove si legge che l’incremento del costo del debito sulle nuove emissioni” risentirà del “rialzo dei tassi di riferimento operato dalla Banca centrale europea”.

E ancora, recita il Nadef, “una maggiore quota dei titoli di debito recepirà i maggiori tassi di rendimento derivanti dall’aumento dei tassi di riferimento deciso dalla Banca centrale europea, spingendo al rialzo la spesa per interessi”

Il Ministero dell’economia e delle Finanze presieduto da Giancarlo Giorgetti, nel fare un paragone con quanto atteso dal Def di aprile, fa notare tuttavia che la revisione al rialzo delle stime sulle spese per interessi avvenuta nello stilare il Nadef è stata contenuta:

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“In termini di rapporto sul Pil, la revisione al rialzo rispetto alle stime presenti nel Def è contenuta, e pari a un decimo di punto di Pil all’anno fino al 2026”.

E questo, “a conferma del fatto che l’elevata durata media del debito pubblico italiano consente di smussare nel tempo l’impatto dei rialzi dei tassi di interesse sul costo implicito del debito, compresi quelli non previsti in sede di elaborazione del Def”.

La Nadef chiarisce anche che “l’incremento senza precedenti dei tassi di interesse di mercato avvenuto nel 2022 ha dato luogo ad una lievitazione del costo medio del debito tutto sommato contenuta, se si considerano anche le pressioni inflazionistiche ed il loro impatto diretto sull’onere del debito attraverso i titoli indicizzati al carovita. Questo è potuto accadere grazie alla durata media elevata del debito complessivo delle PA, pari a circa 7,8 anni, che ha consentito di limitare gli effetti dei più alti tassi di interesse sulla spesa per interessi complessiva”.

Alert Fondazione GIMBE: sanità pubblica verso il baratro

Detto questo, c’è poco da stare tranquilli, soprattutto se si considera che tra le vittime illustri di questa spesa per interessi più alta, ci sarà la sanità italiana.

Sul tema si è espressa nelle ore precedenti la fondazione GIMBE, nel rapporto “Nadef 2023: sanità pubblica verso il baratro. Crolla il rapporto spesa sanitaria/Pil: dal 6,6% nel 2023, al 6,2% nel 2024, al 6,1% nel 2026”.

Complessivamente, nel triennio 2024-2026, la spesa sanitaria aumenta così con il governo Meloni solo dell’1,1%.

“Alla vigilia della discussione della Legge di Bilancio 2024 – sottolinea Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – la Fondazione GIMBE ha effettuato un’analisi indipendente della NaDEF 2023 relativamente alla spesa sanitaria, sia per verificare la coerenza tra dichiarazioni programmatiche e stime tendenziali, sia per informare confronto politico e dibattito pubblico in vista della discussione sulla manovra”.

L’esito dell’indagine è disastroso:

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“È del tutto evidente – commenta Cartabellotta – che l’irrisorio aumento della spesa sanitaria di € 4.238 milioni (+1,1%) nel triennio 2024-2026 non basterà a coprire nemmeno l’aumento dei prezzi, sia per l’erosione dovuta all’inflazione, sia perché
l’indice dei prezzi del settore sanitario è superiore all’indice generale di quelli al consumo. In altri termini, le stime previsionali della NadeF 2023 sulla spesa sanitaria 2024-2026 non lasciano affatto intravedere investimenti da destinare al personale sanitario, ma certificano piuttosto evidenti segnali di definanziamento. In particolare il 2024, lungi dall’essere l’anno del rilancio, segna un preoccupante -1,3%”.

La Fondazione GIMBE parla così di una sanità che rimane la “cenerentola” dell’agenda politica per varie ragioni, bocciando i piani del governo Meloni:

«I numeri della NaDEF 2023 – chiosa Cartabellotta – certificano che, in linea con i Governi degli ultimi 15 anni, la sanità pubblica non rappresenta affatto una priorità politica neppure per l’attuale Esecutivo”.

Angoscia debito: governo Meloni alza stima emissioni titoli di stato 2023

Tornando alla spina del debito pubblico italiano, vale la pena ricordare che, nella giornata di venerdì scorso, il Tesoro italiano ha reso noto che l’ammontare dei titoli di stato, BTP & Co. che saranno emessi nel 2023 sarà superiore a quanto previsto in precedenza, ovvero a 333 miliardi di euro, rispetto alla soglia precedentemente attesa, compresa tra 310-320 miliardi.

Un articolo di Reuters fa notare come il trend dell’Italia si scontri con quello di altri paesi europei, come la Germania e il Portogallo, e con quello dell’intera Unione europea, dove il fabbisogno statale è stato, piuttosto, tagliato.

Berlino, in particolare, ha rivisto al ribasso il proprio fabbisogno del quarto trimestre di 31 miliardi di euro.

Sempre nel quarto trimestre del 2023, si prevede invece per l’Italia una emissione di BTP & Co di 60 miliardi di euro, come si legge nello stesso documento di aggiornamento del Tesoro:

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Per la restante parte del 2023, dal 1° ottobre al 31 dicembre, si stimano pertanto emissioni lorde di titoli a medio-lungo termine in area 60 miliardi. Considerate le scadenze, questo implica una stima di emissioni nette negative per circa 12 miliardi di euro nello stesso periodo”.

Finora, inoltre, il Tesoro italiano ha coperto l’80% circa del suo fabbisogno lordo di finanziamento, percentuale inferiore al 90% previsto dagli analisti, in un contesto in cui, sempre dal programma trimestrale di emissione aggiornato dal Tesoro è emerso anche che il costo medio all’emissione fino a fine agosto 2023 è stato pari al 3,62% (contro lo 1,71% del 2022) : un valore che, ha fatto notare l’articolo di Reuters, corrisponde al record dal 2008, ovvero dai tempi della crisi finanziaria globale.

In questi ultimi due giorni, di BTP e debito dell’Italia si sta parlando, sia per l’effetto che la Nadef ha avuto la scorsa settimana sui tassi dei BTP a 10 anni e sullo spread, sia riguardo al BTP Valore, il titolo di stato rivolto esclusivamente alla platea degli investitori retail, con la grande novità delle cedole trimestrali. Nella giornata di ieri, lunedì 5 ottobre, è partita la seconda emissione del bond italiano.

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