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Ma il Superbonus è il diavolo che ha portato i conti pubblici su un pericoloso burrone oppure il Cavaliere bianco che ha salvato l’economia che stava precipitando colpita dal Covid? Quasi tutti i politici e gli economisti concordano sul fatto che è stato troppo generoso e quindi ha finito per gravare in modo eccessivo sulle casse dello Stato e che il meccanismo ha permesso ai truffatori di prosperare. Per il resto le opinioni sono discordi. Giorgia Meloni lo ha indicato come il male che non consentirà a questa legge di bilancio di volare alto poiché le casse sono state prosciugate, mentre Giuseppe Conte, che ne è il massimo sostenitore, si autoproclama il salvatore della Patria economica. Sul piano politico bisogna anche aggiungere che a suo tempo esso ebbe estimatori che oggi lo criticano. È vero che Matteo Renzi dichiarò che «la quantità di denari per il Superbonus è eccessiva e immotivata», poi però a giugno 2021 ne chiese la proroga fino a tutto il 2022. Mentre Forza Italia (ancora non al governo) ne chiese l’estensione fino al 2023. Conferma Emilia Marchionni, che fa parte dell’Osservatorio di finanza pubblica della Camera dei deputati: «Dopo essere stato accolto all’inizio con (quasi) unanime consenso, del Superbonus è stato detto tutto il male possibile, con motivazioni largamente condivisibili, come l’insostenibilità per i conti pubblici e i vari effetti distorsivi che genera (spiazzamento di altri investimenti, pressioni inflazionistiche settoriali, operazioni fraudolente, saturazione della capacità di assorbimento dei crediti da parte del sistema bancario). Però c’è stato uno stimolo alla riqualificazione energetica degli edifici, necessario per il raggiungimento degli obiettivi europei in procinto di divenire vincolanti. Il principale pregio della misura è stato il suo carattere meno regressivo rispetto ai precedenti incentivi per interventi edilizi. In passato gli incentivi erano utilizzabili solo dai contribuenti dotati sia di redditi elevati, tali da garantire capienza alla detrazione fiscale, che di liquidità. Lo sconto in fattura e la cessione del credito hanno ampliato la platea dei beneficiari ai proprietari illiquidi o incapienti, consentendo un più largo accesso al beneficio».

Che il problema sia complesso e non possa essere affrontato a colpi di slogan lo conferma Giuseppe Coco, docente di Economia all’università di Bari: «L’edilizia è un settore importante ma nel lungo periodo non possiamo aspettarci di continuare a crescere ristrutturando case all’infinito. Se non saremo in grado di produrre in maniera efficiente altro, anche le nostre case non varranno più niente. Il Superbonus (e gli altri collegati) risponde ad una corretta esigenza. È utile incentivare il recupero e la manutenzione di immobili esistenti e l’efficienza energetica, anche con intensità importanti di incentivo. E la cessione del credito è una buona idea considerando che corregge anche la distorsione per cui rende possibile l’utilizzo della misura a soggetti con scarse disponibilità. Ma sotto questo profilo è dubbio che il risultato sia stato adeguato. Circa l’85% per cento delle domande riguarda unità abitative indipendenti e questa non è esattamente la tipologia di abitazione preferita dai poveri (solo il 15% riguarda i condomini). Gli eccessi che si sono chiaramente manifestati andavano disinnescati da tempo».

Conferma Leonardo Becchetti, docente di Economia all’università di Roma Tor Vergata: «Il problema per il debito pubblico non è il credito d’imposta ma l’assenza di un tetto alla spesa pubblica legata al bonus, che non ha evitato il rischio della spesa fuori controllo e anche l’ingolfamento del mercato dei crediti d’imposta con gli sconti abnormi. Allo stesso tempo in Europa si chiede che RePowerEU sia dedicato in larga parte proprio al cofinanziamento delle misure nazionali di efficientamento energetico. E si mettono in pista le comunità energetiche. Bisogna aggiustare il tiro e fare scelte omni-compatibili».

Più netto e decisamente negativo è il parere di Giuseppe Pisauro, economista, presidente, fino a gennaio 2022, dell’Ufficio parlamentare di bilancio: «Già nel 2015, in un’audizione in parlamento su una proposta di legge dei 5Stelle che voleva introdurre la cessione del credito, segnalammo che, secondo le regole Eurostat, la cessione si sarebbe trasformata in disavanzo immediato, ovvero in un aumento del deficit. La proposta fu abbandonata, ma poi, nel 2020, con il Superbonus del 110% il governo Conte-bis introdusse lo sconto in fattura e la cessione del credito. La bolla si è ovviamente progressivamente gonfiata. Inoltre L’eccessiva generosità ha eliminato ogni contrasto di interesse tra proprietari degli immobili e imprese edili con il conseguente abnorme aumento dei prezzi. Peraltro la spesa sussidiata riguarda per circa metà interventi accessori, diversi da caldaia e cappotto termico. Insomma, oltre che insostenibile dal punto di vista finanziario, anche di dubbia efficacia. Sarebbero più utili programmi mirati di risanamento urbano, da un lato, e di sviluppo delle energie rinnovabili dall’altro. Programmi di cui beneficerebbero anche i meno abbienti, privi di capienza fiscale».

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A difendere il provvedimento è Gabriele Guzzi, docente di economia all’università del Lazio meridionale, membro del pool che a suo tempo elaborò il Superbonus: «Il grande aumento del Pil nel 2021-2022 dato come merito ai governi successivi praticamente è dovuto al Superbonus. Ci si è basati su degli studi che dimostravano che il moltiplicatore fiscale per il settore dell’edilizia in Italia era molto alto. In effetti grazie al Superbonus il debito pubblico si è ridotto, mentre quando è avvenuta l’ austerità con Monti il debito pubblico aumentò».

Infine per Nicola Rossi, economista ed ex presidente dell’Istituto Bruno Leoni è la politica dei bonus ad essere sbagliata: «La politica dei bonus è un disastro che ci porteremo dietro per parecchio tempo. Quanto al Superbonus, è stata una misura pessima. Pessima in sé e ancor peggio disegnata. Una misura che ha provocato distorsioni non solo nei prezzi, anche nei comportamenti, con le frodi. Questa misura è l’espressione di una modalità di intendere e di costruire la politica economica che ha fatto solo danni».



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