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L’Africa è in questi giorni prominente nel notiziario politico per il summit realizzato a Roma e il lancio del Piano Mattei, una idea di intervento ispirato ai principi della partnership paritaria patrocinata a suo tempo dal fondatore dell’Eni. Il Piano Mattei sembra al momento ancora una idea iniziale, una sorta di metaprogetto, piuttosto che un piano vero proprio. Tuttavia, la necessità di definirlo, e di raccogliere il consenso dei partner necessari lo rendono una piattaforma di discussione potenzialmente utile, sia per il suo ulteriore sviluppo, sia per chiarire alcuni dei punti chiave del problema dell’Africa e dei suoi interlocutori.

Tra questi il governo italiano ha avuto l’ardire di porsi, forse per la prima volta nella storia, come un agente proattivo, aprendo un terreno potenzialmente fertile di proposte e innovazioni, ma anche, allo stesso tempo, di possibili conflitti e discriminazioni. Il momento è particolarmente critico perché le vicende della pandemia e le guerre (specialmente quella in Ucraina, ma non solo) hanno ulteriormente ridotto la propensione a fornire risorse per gli aiuti allo sviluppo e dirottato anche una parte di quelle destinate alla transizione verde alle più pressanti domande dei conflitti in corso.

Queste difficoltà si intrecciano con crescenti problemi finanziari che vanno dalla espansione mondiale dei debiti pubblici, a impellenti rischi di crisi di ripagamento dei debiti di molti paesi africani. In Africa, tutto ciò è aggravato da una crisi alimentare, dipendente in parte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e, in modo meno strutturale, ma non meno drammatico, dai conflitti in atto.
La mancanza di investimenti è un ostacolo fondamentale allo sviluppo dell’Africa, per diverse ragioni.

Dal lato della domanda, l’Africa ha bisogno di una grande quantità di risorse da investire nelle infrastrutture di base, tra cui energia, acqua, comunicazioni e servizi di pubblica utilità. Anche gli investimenti pubblici e privati innovativi nello sviluppo sostenibile sono essenziali, soprattutto per i paesi che hanno registrato una crescita sufficiente in passato, ma sono minacciati dal degrado ambientale, dall’esaurimento delle risorse e dall’impatto negativo dei cambiamenti climatici.

Gli investimenti privati nella regione sono aumentati dall’inizio degli anni 2000. All’interno dell’Africa sub-sahariana, in particolare, i livelli di investimento privato sono stati più bassi per gli esportatori di petrolio, al 14% del Pil nel periodo pre-pandemico rispetto al 15% per i paesi non ad alta intensità di risorse e al 17% per altri paesi ad alta intensità di risorse. Tuttavia, la tendenza all’aumento degli investimenti si è invertita, subito prima del rallentamento globale causato dalla pandemia, con un rallentamento o valori negativi della crescita media sia degli investimenti pubblici sia di quelli privati negli anni successivi.

Le condizioni di finanziamento e di attuazione degli investimenti sono anch’esse sempre più difficili e rigorose, a causa della mancanza di mercati finanziari sviluppati e di un contesto imprenditoriale generale in cui gli investimenti privati e l’innovazione possano prosperare. Ciò è dovuto, tra l’altro, ai vincoli istituzionali e alla mancanza di risorse ed esperienza per la preparazione, l’attuazione e il finanziamento dei progetti. Molti grandi progetti finanziati in passato non sono stati adeguatamente preparati e sono rimasti invischiati in un labirinto di attuazione incompleta o inefficace e di crediti deteriorati, con risultati negativi sia sul loro impatto economico che sulla reputazione dei paesi presso gli investitori e i fondi di finanziamento stranieri. In sintesi, sia i fattori della domanda che quelli dell’offerta indicano la necessità di progetti ben preparati che affrontino tutte le sfide dello sviluppo sostenibile su un ampio fronte tecnico, economico e finanziario.

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In tutto ciò, appare evidente che gli aiuti allo sviluppo (definiti come Assistenza Internazionale allo Sviluppo o AIS) non possono essere la soluzione al problema dell’Africa, soprattutto se si considera che molti paesi debbono affrontare una doppia sfida: sostituire gli asset produttivi attuali, largamente basati o dipendenti dalle riserve fossili, con asset verdi e investire in nuovi asset non solamente energetici, per una crescita economica dinamica e diversificata. I flussi di finanziamento internazionali sono anche inadeguati. Per avere una idea degli ordini di grandezza, si consideri che l’intero commercio dell’Ue con l’Africa ammonta a meno dell’8% del suo commercio extra-Ue.

L’Europa è tuttavia il principale partner sia per le esportazioni (36 %) che per le importazioni (33 %). Nonostante le loro influenze geopolitiche, la Cina e l’India sono responsabili entrambe solo per il 9 % delle esportazioni, gli Stati Uniti per il 7 % e gli Emirati arabi uniti per il 3 %. Per quanto riguarda le importazioni, la Cina (13 %) è stata anche il terzo partner in ordine di importanza. Seguono gli Stati Uniti e l’India (entrambi 5 %) e gli Emirati Arabi Uniti (3 %). L’Ue è anche la principale fonte di aiuti allo sviluppo, in un quadro che tuttavia appare sempre più insufficiente soprattutto ad alimentare investimenti in numero e dimensioni adeguate. In totale i flussi finanziari di AIS sono stati significativi per una cifra stimata tra 50 e 60 miliardi di dollari nel 2022, di cui circa 20 miliardi dall’Ue.

Tuttavia, le stime degli investimenti necessari solo per le infrastrutture di base del continente ammontano a più di 100 miliardi di dollari all’anno, con un divario molto più ampio se si considerano fattori quali le necessità di investire nel capitale umano, nella innovazione e nella transizione verde. La inadeguatezza degli aiuti internazionali si combina con la crescente difficoltà di molti stati africani a rifinanziare i debiti e in generale ad accedere ai mercati finanziari mondiali a condizioni sostenibili. Per un continente con 1,2 miliardi di abitanti, la cui popolazione è prevista raddoppiare entro il 2050, queste condizioni aprono prospettive drammatiche che possono essere affrontate solo trovando soluzioni finanziarie radicalmente diverse da quelle attuali.

Queste soluzioni devono tener conto della crescente scarsità di risorse pubbliche e della importanza di coinvolgere nel finanziamento dello sviluppo il settore privato. Al contrario del settore pubblico, l’economia finanziaria globale presenta grandi sacche di liquidità, accanto a meccanismi di allocazione del credito frenati da imperfezioni di mercato, rischi sistemici e tensioni geopolitiche. Le innovazioni finanziarie sono quindi cruciali per mobilitare risorse che non possono essere direttamente fornite dalle finanze pubbliche e la cui offerta è frenata dalle imperfezioni dei mercati. Una possibile linea di innovazione, sperimentata di recente con il cosiddetto Piano Juncker è il tentativo di aumentare la portata dei fondi pubblici utilizzandoli come forme di garanzia o strumenti di riduzione del rischio per attirare investimenti privati. In modalità diverse, e con interventi più diretti da parte dei donatori, parte di questi fondi potrebbero essere utilizzati anche come garanzie per la ristrutturazione del debito pubblico, come è avvenuto nel passato con il cosiddetto piano Brady.

Più in generale, l’assistenza allo sviluppo dovrebbe puntare sempre di più a mobilitare risorse pubbliche e private, svolgendo anche una funzione di catalizzatore di progetti di qualità. Nonostante le limitate risorse, e l’apparente indeterminatezza e precarietà della proposta attuale, il Piano Mattei può essere una importante opportunità per lanciare rilevanti innovazioni finanziarie e contribuire ad orientare la finanza allo sviluppo verso una direzione sostenibile.





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