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C’è il caso dei finanziamenti concessi a destinatari di misure di sorveglianza speciale, previste dalla legge Antimafia. E c’è quello della cooperativa nata per assumere personale femminile a tempo indeterminato, ma mai divenuta realmente operativa. La relazione del procuratore generale della Corte dei Conti, Carlo Alberto Manfredi Selvaggi, fatta ieri nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario accende un faro su storie e fenomeni consumatisi su territorio tarantino, in qualche caso destinati ad accendere il dibattito e la riflessione sui meccanismi di elargizione dei fondi pubblici, statali ed europei, e sui controlli da effettuare. 

I casi 

Con ordine. Le prime due condanne degne di nota riguardano due destinatari della misura di sorveglianza speciale prevista dal Codice Antimafia. In entrambi i casi, i giudici contabili hanno disposto il risarcimento dei finanziamenti europei indebitamente percepiti nei confronti di Regione e Agea, l’Agenzia che eroga i finanziamenti pubblici europei in agricoltura. Con una sentenza del 21 dicembre scorso la Corte dei Conti ha condannato F.R., originario di Massafra e attualmente detenuto nel carcere di Taranto, a restituire ad Agea oltre 142mila euro di fondi Feaga e Feasr (ovvero Fondo europeo agricolo di garanzia e Fondo europeo agricolo per lo Sviluppo rurale) percepiti fra il 2014 e il 2018, periodo durante il quale – almeno fino al 2016 – il 52enne è stato sottoposto ai controlli Antimafia previsti dalla legge. I giudici contabili sottolineano che al tribunale penale pende ancora un giudizio a carico dell’imprenditore – che si occupa di allevamenti – e che, scaduta la misura della sorveglianza speciale, F.R. «non ha presentato alcuna istanza di riabilitazione». 

Il caso del Tarantino non è peraltro l’unico: in Puglia si contano almeno altre due sentenze simili, una delle quali relativa a un episodio avvenuto nel Barese. In quei casi le somme elargite e da recuperare erano pari rispettivamente a 291.411 euro e 46.535 euro. Sebbene, a distanza di anni, Regione e Agea abbiano tentato di correre ai ripari dichiarando decaduti i contributi e tentando di recuperarli, è facile immaginare che un’impresa simile non sarà affatto semplice. Episodi che invitano a una riflessione sulle maglie dei controlli sull’erogazione dei finanziamenti pubblici, chiamando allo stesso tavolo ministero, Agea e Regione. 

Finanziamenti pubblici senza averne diritto

C’è poi il lungo elenco di imprese che hanno ottenuto finanziamenti pubblici anche se non ne avrebbero avuto diritto. O che, una volta incassati i soldi, non li avrebbero usati per centrare gli obiettivi cui erano destinati. È il caso della Falanto Servizi, cooperativa con sede a Taranto che – almeno secondo una prima ricostruzione degli investigatori e della procura contabile – annoverava fra i suoi amministratori Cosimo D’Oronzo e Vincenzo Fabrizio Pomes, ex assessore socialista condannato in via definita a otto anni nell’ambito del processo “Alias” su un giro di attività illecite svolte, a vario titolo, dal clan De Vitis-D’Oronzo. Pomes – attualmente detenuto nel carcere di Bologna – era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e dall’inchiesta contabile sulla cooperativa Falanto, in sede di giudizio, è risultato estraneo: giudice e Procura contabili hanno convenuto sull’impossibilità di provare che fosse, come si contestava inizialmente, l’amministratore di fatto della cooperativa. Sarà dunque D’Oronzo a dover risarcire la Regione dei 59mila euro anticipati a titolo di acconto sul finanziamento da 118mila accordato per incentivare l’occupazione femminile. Si tratta di denaro prelevato dal Fondo sociale europeo (asse II Occupabilità, Misure Anticrisi per le donne) e che chissà se potrà essere recuperato e quando. 

L’inchiesta contabile si è mossa parallelamente a quella penale, a partire dal marzo del 2019 quando – non ricevendo più il rendiconto delle spese mensili effettuate dalla cooperativa – la Regione allertò gli ispettori del lavoro. All’ispezione seguirono la denuncia penale e l’indagine su numerosi, presunti episodi di truffa aggravata, che coinvolgevano numerose società e ditte operanti in prevalenza nel territorio tarantino. Tutte avevano ottenuti fondi dalla Regione, schermandosi dietro società ritenute fantasma. Per quel business valutato come illecito, il pubblico ministero chiese il rinvio a giudizio di 22 indagati, ma nel 2021 il tribunale dichiarò prescritto il reato di truffa «pur non sussistendo i presupposti per una pronuncia di assoluzione», specificano dalla Corte dei Conti. Il resto è storia di oggi, con la condanna contabile e il tentativo di recuperare i finanziamenti.

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