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In campo agroalimentare, il 93% degli italiani dichiara di effettuare regolarmente scelte di acquisto che limitano gli sprechi. In generale gli italiani riconoscono l’importanza del settore per la transizione verso un modello di sviluppo sostenibile. E credono che in una prospettiva di investimento sostenibile e responsabile (Sri) sia coerente guardare all’agroalimentare, anche se da investimenti in questo settore non si attendono grandi rendimenti. Tuttavia, c’è diffidenza verso la reale sostenibilità delle multinazionali del settore. A complicare poi lo scenario c’è il contesto di elevata inflazione, gli impatti sempre più evidenti della crisi climatica e un’informazione sui prodotti di finanza sostenibile ancora lontana dai livelli richiesti.

Sono alcuni dei risultati della ricerca sulla percezione che i risparmiatori italiani hanno del settore agroalimentare, della sua sostenibilità e degli investimenti in tale ambito, che viene presentata stamattina a Milano dal Forum per la Finanza Sostenibile (Ffs) insieme a Bva Doxa all’apertura delle Settimane Sri, il principale evento del settore in Italia.

È la dodicesima edizione delle Settimane SRI organizzata da Ffs (la prima nel 2012) e arriva in un momento in cui la finanza sostenibile vive un periodo non semplice. È sotto attacco negli Stati Uniti, dove il movimento cosiddetto “anti-Esg” – cavalcato dalle frange più conservatrici del Partito repubblicano – sta facendo il possibile per provare a limitare per via legislativa l’integrazione di considerazioni ambientali, sociali e di governance (Esg) nel funzionamento dei mercati finanziari. È in parte sotto attacco anche in Italia, dove alcune disposizioni del DDL 674 all’esame del Parlamento rischiano di limitare fortemente la possibilità, per gli investitori che si affidano a pratiche di azionariato critico, di sollevare temi di sostenibilità scomodi nelle assemblee annuali degli azionisti delle società in cui investono. Ma il pericolo di gran lunga più grande con cui la finanza sostenibile deve fare i conti è il greenwashing dilagante, che rischia d’intaccare pesantemente la credibilità che questo modo d’intendere l’investimento si è guadagnato faticosamente sul campo nel corso di decenni.

Non è un caso che soprattutto in Europa sia tutto un proliferare di iniziative, strumenti, raccomandazioni, linee guida, che hanno in comune l’obiettivo di contrastare il greenwashing e che vedono fra i protagonisti le stesse authority finanziarie: quella dei mercati finanziari (Esma), quella del settore bancario (Eba), e quella del settore previdenziale e assicurativo (Eiopa). In questa direzione va anche la proposta di Direttiva sui “green claims” (le asserzioni delle imprese sulle caratteristiche green di prodotti e servizi) avanzata a marzo scorso dalla Commissione Ue. Lo stesso Ffs ha prodotto delle Linee guida sul greenwashing. La questione terrà ovviamente banco alle Settimane Sri (14-28 novembre) specie in alcuni appuntamenti, ad esempio “La finanza sostenibile oltre i pregiudizi” (16 novembre, online) e “Mezz’ora (in più) di finanza sostenibile. Il focus del Forum sulle ultime novità di policy” (22 novembre, online).

Ffs come di consueto presenterà alle Settimane Sri una serie di ricerche che diranno quanto la sostenibilità sta avanzando nelle pratiche degli investitori istituzionali (fondi pensione, assicurazioni, fondazione bancarie). In ogni caso non c’è discussione sulla priorità assoluta su cui si punterà l’attenzione: investire nella transizione ecologica per consegnare il prima possibile alla storia un modello economico ancora largamente dipendente dai combustibili fossili, come ha scritto anche Papa Francesco nella Laudate Deum. Per contrastare la crisi climatica bisogna, cioè, fare (e quindi investire) molto di più e più in fretta, come dicono i rapporti di IPCC e come non perde occasione di ripetere il Segretario generale delle Nazioni Unite. La finanza in questo senso può costituire un potente fattore di accelerazione. Se vuole.

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