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La dichiarazione di quantità del terzo ha natura formale e deve avvenire secondo le modalità espressamente indicate dall’art. 547 c.p.c.; diversamente deve considerarsi tamquam non esset con applicazione del meccanismo della ficta confessio. A chiarirlo è la Cassazione con ordinanza n. 16005 del 7 giugno 2023.

Il caso

Il giudice dell’esecuzione presso il tribunale di Larino, nell’ambito del pignoramento presso terzi, con ordinanza del 25/11/2015 assegnò al creditore procedente il credito dell’esecutato nei confronti di un terzo “fino a concorrenza della somma detenuta”; ed invero, il terzo pignorato non aveva reso la dichiarazione prevista dall’art 547 c.p.c., nonostante fosse a lui stata regolarmente notificata apposita ordinanza emessa dal giudice dell’esecuzione in data 16/09/2015.

Il terzo propose avverso la sopra indicata ordinanza di assegnazione opposizione agli atti esecutivi, dichiarando di aver reso la dichiarazione del terzo con atto comunicato al creditore procedente via telefax in data 13/07/2015.

Il giudice dell’esecuzione, con provvedimento del 02/03/2016, revocava l’ordinanza di assegnazione e, al termine del giudizio di merito, accoglieva l’opposizione con sentenza del 23/03/2021, annullando definitivamente l’ordinanza opposta e rilevando che la comunicazione, benché irrituale, era stata ricevuta dal creditore procedente, non potendo così operare il meccanismo della ficta confessio, ai sensi dell’art 548 c.p.c.

Il creditore procedente avverso la sentenza pronunciata dal tribunale di Larino ricorreva per Cassazione, sulla scorta di tre motivi:

– violazione e/o falsa applicazione dell’art. 547 c.p.c. per non avere il Tribunale rilevato che la dichiarazione del terzo debba essere inviata esclusivamente a mezzo lettera raccomandata o con posta elettronica certificata e non già con lettera trasmessa a mezzo telefax;

– omesso esame di fatto decisivo per il giudizio per non essere stata presa in considerazione la testimonianza resa dal destinatario della comunicazione telefax che aveva affermato di non aver ricevuto la dichiarazione del terzo neppure a mezzo telefax;

– violazione e/o falsa applicazione dell’art. 548 c.p.c. per non aver tenuto conto il Tribunale della mancata dichiarazione da parte del terzo pignorato, con conseguente non contestazione del credito per come pignorato.

La decisione della Suprema Corte di Cassazione

L’ordinanza muove dal primo e terzo motivo ritenendoli fondati.

La Suprema Corte muove da due disposizioni normative:

– l’art. 547, comma 1, c.p.c., che prevede: “con dichiarazione a mezzo raccomandata inviata al creditore procedente o trasmessa mezzo di posta elettronica certificata, il terzo, personalmente o a mezzo di procuratore speciale o del difensore munito di procura speciale, deve specificare di quale cose o di quali somme è debitore o si trova in possesso e quando ne deve eseguire il pagamento o la consegna”;

– l’art. 548, comma 2, c.p.c. che stabilisce: “quando all’udienza il creditore dichiara di non aver ricevuto la dichiarazione, il giudice, con ordinanza, fissa un’udienza successiva. L’ordinanza è notificata al terzo almeno dieci giorni prima della nuova udienza. Se questi non compare la nuova udienza o, comparendo, rifiuta di fare la dichiarazione, il credito pignorato o il possesso del bene di appartenenza del debitore, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione e il giudice provvede a norma degli articoli 552 o 553”.

Sulla scorta di tali richiami normativi la Suprema Corte evidenzia che la dichiarazione di quantità del terzo è oggi resa, in prima battuta, mediante comunicazione da inviarsi al creditore procedente; solo in caso di sua mancanza rendendosi necessaria la comparizione apud iudicem.

La modalità individuata dal legislatore per la dichiarazione di quantità del terzo non ne altera la funzione che rimane quella di individuare la cosa oggetto del pignoramento, ossia della prestazione che il terzo deve eseguire in favore del debitore esecutato.

Tale conclusione è confermata dalla giurisprudenza di legittimità:

“nel processo di espropriazione forzata mobiliare presso terzi la dichiarazione del terzo ex art. 547 c.p.c. è preordinata all’individuazione della cosa assoggettata ad espropriazione, se essa è positiva il processo di esecuzione può procedere verso l’ordinario esito della vendita o dell’assegnazione della cosa (art. 552 c.p.c.), non profilandosi la necessità del giudizio di accertamento dell’obbligo sul medesimo incombente ex art. 549 c.p.c., la cui funzione è di pervenire – attraverso l’accertamento giudiziale del diritto del debitore a quella medesima individuazione. Non può considerarsi positiva una dichiarazione sostanziantesi nell’indicazione che la cosa oggetto di pignoramento risulta già costituita in pegno in favore di altri, giacché essa realizza il duplice effetto di rendere il creditore procedente edotto della circostanza che il bene oggetto del pignoramento è in realtà indisponibile, e di rendergli opponibile il contratto di pegno. Ne consegue che in presenza di una siffatta dichiarazione del terzo, il creditore pignorante non può limitarsi a meramente contestare la sussistenza della prelazione in una con l’efficacia verso i terzi dell’atto costitutivo del pegno, ma è tenuto, a pena di estinzione del procedimento ex art. 630 c.p.c., a promuovere l’incidentale ed autonomo giudizio di cognizione ex art. 548 e 549 c.p.c., che anzi è unico legittimato a richiedere, in quanto solo in senso approssimativo esso ha ad oggetto il diritto di credito del debitore esecutato verso il terzo debitore, tenuto conto che il diritto di credito pignorato si “autonomizza” al momento in cui viene effettuato il pignoramento mediante la notificazione dell’atto ex art. 543 c.p.c., giacché pur essendo esso volto ad ottenere dal terzo debitore l’adempimento che costui doveva all’escusso, il creditore esecutante non agisce in nome e per conto di quest’ultimo (come chi esercita l’azione surrogatoria) né chiede di sostituirsi nella relativa posizione di (originario) creditore, bensì agisce “iure proprio” e nei limiti del proprio interesse. A domandare l’istruzione della causa di accertamento in questione non è invece legittimato il debitore esecutato che si veda contestata o non riconosciuta da parte del terzo l’esistenza di un suo credito, non potendo proporre nella sede esecutiva una domanda concernente l’esistenza non già del credito pignorato bensì del proprio credito verso il terzo qual esso è nel momento in cui il processo si svolge (e pertanto concernente oggetto diverso da quello proprio del giudizio ex art. 548 c.p.c.), che ben può proporre in un diverso, autonomo e separato processo” (Cass. 5.9.2006, n. 19059);

“In tema di espropriazione presso terzi, il terzo pignorato, nel rendere la dichiarazione ex art. 547 c.p.c., deve fornire indicazioni complete e dettagliate dal punto di vista oggettivo, in modo da consentire l’identificazione dell’oggetto della prestazione dovuta al debitore esecutato, compresi il titolo ed il “quantum” del credito pignorato; invece, dal punto di vista soggettivo, è necessario e sufficiente che dichiari quali siano i rapporti intrattenuti soltanto col soggetto che nell’atto di pignoramento è indicato come debitore sottoposto ad esecuzione, atteso che l’ambito soggettivo della dichiarazione del terzo è delimitato dall’ampiezza della direzione soggettiva dell’atto di pignoramento, rivolto sia nei confronti del terzo pignorato che del debitore esecutato, in base al titolo esecutivo azionato” (Cass. 28.2.2017, n. 5037).

Le modalità individuate dal legislatore per far pervenire al creditore pignorante la dichiarazione di quantità del terzo hanno lo scopo di snellire la fase procedurale e di manlevare il Terzo dall’onere di presenziare all’udienza.

Secondo la Suprema Corte le modalità indicate dal legislatore per la dichiarazione di quantità hanno natura formale e devono essere esattamente osservate dal terzo, non essendo utilizzabili diversi mezzi da quelli esplicitamente considerati dal legislatore. Ciò risponde sicuramente ad un’esigenza di certezza delle comunicazioni, ma anche in considerazione del fatto che il terzo pignorato assume il ruolo di ausiliario del giudice nel rendere la dichiarazione di quantità. Non si tratta di un mero rapporto epistolare tra il creditore procedente ed il terzo pignorato al quale applicare, in ordine alla prova delle comunicazioni, l’art. 1335 c.c. o anche l’art. 136 c.p.c.

Tale conclusione si rinviene nella giurisprudenza di legittimità:

“può quindi ribadirsi il tradizionale orientamento secondo cui il terzo è soggetto che coopera con il giudice dell’esecuzione ai fini della specificazione dell’oggetto dell’azione esecutiva, genericamente descritto dal creditore nell’atto di pignoramento ex art. 543 c.p.c., comma 2, n. 2), ed è quindi un suo ausiliario” (Cass. 25.5.2017, n. 13143).

In conclusione, la dichiarazione di quantità del terzo non può essere considerata alla stregua di una qualsivoglia comunicazione comunque effettuata: o sono utilizzate le modalità indicate nel disposto normativo o, diversamente, la comunicazione è da considerarsi tamquam non esset, con conseguente necessità di procedere ai sensi dell’art. 548, comma 2, c.p.c: in tal caso il giudice dell’esecuzione fisserà apposita udienza e se il terzo non si presenterà a rendere la dichiarazione il credito pignorato si avrà per non contestato, secondo il meccanismo della ficta confessio.

Di conseguenza, la Suprema Corte ritiene che nel caso di specie la dichiarazione di quantità del terzo resa via telefax sia da considerarsi tamquam non esset, e, considerando che il terzo non aveva partecipato all’udienza appositamente fissata dal giudice dell’esecuzione, è configurabile il meccanismo della ficta confessio.

Il secondo motivo di ricorso è assorbito dall’accoglimento del primo motivo.

Esito del giudizio:

Rigetta l’opposizione agli atti esecutivi e condanna il controricorrente alla rifusione delle spese processuali liquidate per il giudizio di merito in euro 4.835,00 per compensi; per il giudizio di legittimità in euro 3.500,00 per compensi; oltre euro 200,00 per esborsi; oltre rimborso forfettario spese generali in misura del 15% ed oltre accessori di legge.

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Riferimenti normativi:

Art. 547 c.p.c.

Art. 548 c.p.c.

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