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Reddito di cittadinanza, le ultime notizie

Un reddito di cittadinanza europeo, finanziato con il bilancio Ue attraverso una tassa sulle società: è la proposta dell’ex presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che in un’intervista a Fanpage.it spiega come funzionerebbe la misura. Bocciato, invece, il governo Meloni, sia sulle priorità economiche sia sul supporto formazione e lavoro.

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Reddito di cittadinanza, le ultime notizie

L’ex presidente dell’Inps, tornato a insegnare all’università, spiega a Fanpage.it la sua proposta di istituire un reddito di cittadinanza europeo, che verrebbe finanziato con una tassazione sui capitali delle società, varierebbe da Paese a Paese e costerebbe circa 200 miliardi di euro da prendere dal bilancio dell’Ue. Pasquale Tridico lo chiama “welfare europeo“, qualcosa che ancora non esiste e che è arrivato il momento di introdurre.

In cosa consiste il reddito di cittadinanza europeo che ha proposto?

L’idea è quella di inserire un reddito minimo a livello europeo per tutti gli Stati membri, finanziato da Bruxelles. C’è una valenza sociale innanzitutto, di sostegno alle classi più povere con un reddito minimo per tutti coloro che sono sotto una certa soglia, calcolata come povertà relativa in ciascun Paese, ma avrebbe anche un valore economico fondamentale. Ricordiamo che l’Eurozona non ha meccanismi automatici di stabilizzazione, cioè in caso di crisi ognuno va per conto suo. Perciò sarebbe utile avere dei meccanismi centralizzati di stabilizzazione, pagati dal bilancio di Bruxelles, in modo che i Paesi in recessione, quelli più deboli, riescano a risollevarsi senza prendere risorse dai propri bilanci.

Che costo avrebbe secondo lei questa misura e come la finanzierebbe?

In Italia il Reddito di cittadinanza è costato di 8/9 miliardi di euro l’anno, a livello europeo si aggirerebbe attorno a 200 miliardi. Stiamo parlando dell’1% del Pil dell’Ue. Quello che manca nell’Unione europea è il welfare dell’Unione europea. Si potrebbe finanziare attraverso una tassazione sui capitali delle società, sulle corporate tax a livello europeo, minima e uguale per tutti.

A chi spetterebbe il reddito di cittadinanza europeo?

Varierebbe sulla base della povertà relativa di ciascun Paese, la nostra è intorno agli 800 euro mensili. Quindi in Italia si posizionerebbe su quella cifra lì e andrebbe a integrare i redditi di coloro che sono sotto quella soglia, dando invece il contributo intero a chi ha un reddito zero. Negli altri Paesi europei potrebbe essere più alto, ad esempio in Francia e in Germania, visto che i loro redditi medi sono più alti e quindi anche i livelli di povertà hanno delle soglie più alte, o più basso, ad esempio in Polonia.

Potrebbe andare a proporlo direttamente lei al Parlamento europeo, come eurodeputato del Movimento 5 Stelle?

Sono tornato a insegnare all’università. Ho una responsabilità nei confronti della mia istituzione e dei miei studenti. Sono praticamente tutti i giorni all’università e questo è il mio impegno principale.

Andiamo avanti allora. Da qualche mese è entrato in vigore il supporto per la formazione e il lavoro, cosa ne pensa?

Non è un reddito minimo, ma uno strumento condizionato. Una volta nella vita, una tantum, se si attiva un corso, se ci si iscrive su una piattaforma, se in qualche modo si è abili al lavoro. I cittadini tra i 18 e i 60 anni non sono tutti uguali. Il governo non capisce che ci sono problematiche molto più profonde in alcuni contesti. Anche se non sono anziane o disabili, molte persone hanno delle vulnerabilità e vanno seguite attraverso i centri di assistenza sociale dei comuni, vanno prese in carico in un modo diverso e non solo attraverso una piattaforma. Al momento ci sono 20mila posizioni aperte, secondo me gli utenti che hanno fatto domanda non vedranno il sussidio prima di novembre-dicembre. Non è uno strumento che garantisce la continuità reddituale, che è ciò che serve ai poveri.

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Sul lavoro invece il governo Meloni come si sta comportando? Hanno appena varato la Nadef e adesso ci sarà la manovra. Molto verrà speso per rinnovare il taglio del cuneo contributivo e rimodulare le aliquote Irpef. La convince questa strategia?

Le priorità per l’economia del Paese sono sostanzialmente due, su non si sta facendo nulla. Da una parte ci sono la lotta all’inflazione e i salari bassi, che non crescono perché non c’è un patto tra governo, lavoratori, sindacati e imprese. Dall’altra non si fa nulla per rilanciare l’innovazione e trainare la produttività.

Un altro tema di cui parla sempre il governo Meloni, e soprattutto Fratelli d’Italia, è la natalità. Dicono di volerci investire molto, secondo lei ha senso?

Dovremmo fare come Francia, Danimarca e Svezia. In questi Paesi 20-30 anni fa hanno cominciato a fare tre cose: aumentare i redditi delle famiglie, soprattutto quelle più povere, migliorare i servizi che sono la cosa più importante – vuol dire asili nido, babysitteraggio, conciliazione tra lavoro e famiglia, smart working, riduzione degli orari di lavoro – e infine un incentivo selettivo per l’assunzione delle donne. La mia idea qui è di incentivare l’assunzione di una donna con figli dopo il parto. Se un’azienda assume una donna che poi va in maternità, al ritorno si ottiene un esonero contributivo.

Chiudiamo con le pensioni, un dibattito abbastanza scomparso dai radar sempre per motivi economici. Cosa si dovrebbe fare secondo lei, con i fondi che abbiamo a disposizione?

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Bisognerebbe fare due cose. Da una parte servirebbe una flessibilità sul modello contributivo, ovvero permettere alle persone che vogliono andare in pensione di farlo da 63 anni rilasciando solo la quota contributiva, e aggiungendo poi a 67 anni quella retributiva. Sarebbe sostenibile, perché si prende ciò che si è maturato. Inoltre tra i 63 e i 67 anni, questa persona potrebbe anche lavorare: c’è la staffetta generazionale, i part-time. Costerebbe pochissimo dal punto vista finanziario. La seconda questione riguarda categorie specifiche di lavoratori che svolgono mansioni usuranti e gravose. Sappiamo dalle nostre ricerche che chi è povero muore prima. Perciò dobbiamo permettergli di anticipare l’età pensionabile senza essere anche penalizzati.





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